La frontiera dei diritti è la “transfobia”, in attesa dell’estinzione dei generi

La prossima frontiera dei diritti civili, come la chiama il New York Times in un soddisfatto editoriale, è quella in cui una ragazzina preadolescente che nello spazio libero della propria intimità si sente maschio si batte perché gli insegnanti le (gli?) consentano abitudini confacenti alla sua nuova identità sessuale: il bagno dei maschi, lo spogliatoio comune, la camera condivisa in gita di classe, il cameratismo di genere. In quinta elementare la ragazzina si è resa conto del divario incolmabile fra le fattezze del proprio corpo e i pensieri della mente e del cuore.
18 AGO 20
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New York. La prossima frontiera dei diritti civili, come la chiama il New York Times in un soddisfatto editoriale, è quella in cui una ragazzina preadolescente che nello spazio libero della propria intimità si sente maschio si batte perché gli insegnanti le (gli?) consentano abitudini confacenti alla sua nuova identità sessuale: il bagno dei maschi, lo spogliatoio comune, la camera condivisa in gita di classe, il cameratismo di genere. In quinta elementare la ragazzina si è resa conto del divario incolmabile fra le fattezze del proprio corpo e i pensieri della mente e del cuore. Anatomia e biologia suggerivano una cosa, sensibilità e rapporti sociali un’altra. Così è iniziato il processo di “transizione”, uno slittamento verso l’altro sesso senza l’aiuto degli ormoni né della chirurgia, ricerca interiore che dopo una prima fase di confusione ha convinto i compagni di classe maschi a includerla nel gruppo. Loro non avevano problemi a condividere lo spogliatoio con questa lei diventata progressivamente lui, avrebbero diviso volentieri la stanza nella gita della seconda media, che sociologicamente parlando è il pezzo forte della preadolescenza americana. Il problema era far capire l’antifona agli insegnanti. Sono iniziate richieste, dinieghi, lamentele, imbarazzi e un senso di ingiustizia e isolamento che è arrivato fino al consiglio del distretto scolastico di Arcadia, in California, dove la ragazza ha studiato fin dalla prima infanzia. Anche lì nulla da fare. I burocrati del distretto hanno vietato l’accesso ai bagni e agli spogliatoi maschili. Con l’intento di proteggerla le hanno assegnato servizi separati tanto dai maschi quanto dalle femmine, alimentando il senso di isolamento e rabbia che è sfociato in una serie di appelli formali della famiglia presso l’ufficio dei diritti civili del dipartimento dell’Educazione, la polizia della discriminazione scolastica.
Gli avvocati si sono mobilitati, le associazioni per i diritti civili si sono disposte in formazione a testuggine finché la settimana scorsa il distretto scolastico ha accettato di siglare un accordo con il dipartimento dell’Educazione per evitare di essere trascinato in tribunale: d’ora in poi la ragazzina diventata maschio su suggerimento delle proprie pulsioni potrà usare il bagno e lo spogliatoio dei maschi e condividerà la stanza della prossima gita con il genere che sente più adatto alla propria sensibilità. E non è tutto. Poiché di questione discriminatoria si tratta, gli insegnanti che si sono macchiati del peccato di “transfobia” dovranno seguire un programma di rieducazione per imparare a gestire correttamente casi analoghi di traghettamento sessuale e il distretto si è impegnato formalmente a creare “un ambiente educativo non discriminatorio per gli studenti transessuali o che non sono conformi agli stereotipi di genere”. Non conformi agli stereotipi di genere è una locuzione che fa sembrare passatisti gli avvocati dei diritti che credono che una legge che sanziona l’omofobia sia il massimo della modernità. L’omofobia in America è la battaglia di ieri. Quella di domani riguarda lo smantellamento del concetto di genere, e le pratiche chirurgiche e farmacologiche per cambiare sesso non c’entrano nulla: maschio e femmina sono “stereotipi di genere” e i veri haters della discriminazione indicano le differenze anatomiche con i più rispettosi termini “male-bodied” o “female-bodied”. Il corpo ha i tratti dell’uomo o della donna, ma è il tribunale dell’interiorità che decide a quale identità sessuale aderire. Anzi: decidere è già una ricaduta negli stereotipi di genere e automaticamente discrimina quelli che non si sanno risolvere per l’uno o per l’altro, i confusi, quelli che di fronte al bivio della toilette non sanno bene a quale targhetta affidarsi. Per non parlare di quelli che sentono che passare dall’uno all’altro senza certezze definitive è l’unica soluzione possibile. Nuove frontiere che metterebbero alla prova anche la ferrea correttezza politica del New York Times.